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Meno di un’ora fa ero ancora a Yangon, la capitale del
Myanmar, una città di 5 milioni di abitanti che negli anni
’90 non conosceva il traffico automobilistico e adesso
comincia già a risentire dei primi ingorghi. Avevo passato
tutto il pomeriggio alla Shwedagon, la pagoda più importante
del paese, con la grande cupola di oltre 500 metri di diametro
ricoperta nei secoli da strati d’oro, tanto che i birmani
amano raccontare che ce ne sia più qui che nei forzieri della
Banca d’Inghilterra. Tutt’intorno, in un caos apparente di
tempietti e piccoli padiglioni, la gente che prega davanti ai
Buddha dei quattro punti cardinali e il via vai delle persone
alla ricerca del proprio riferimento astrologico. A seconda
del giorno della settimana in cui si è nati c’è infatti un
diverso simbolo astrale - il topo, la tigre, l’elefante con
le zanne e quello senza - su cui versare tanti bicchieri
d’acqua quanti sono i propri anni d’età, più uno per
propiziarsi lunga vita. In pratica, mentre da noi si celebra
il compleanno una sola volta l’anno, qui si può festeggiare
ogni settimana. Se durante il giorno lo stupa brilla di luce
dorata, verso sera riflette tonalità soffuse che creano
un’atmosfera fuori dal tempo. A riportarmi nel presente ci
pensa l’ultima follia tecnologica applicata a un paese che
ha fatto della religione il fulcro dell’esistenza: le
aureole elettroniche con le luci in continuo cambiamento che
creano un effetto da discoteca dietro le teste dei Buddha.
Non meno suggestiva della pagoda principale di Yangon è la
Roccia d’Oro di Kyaikhtiyo, nello stato Mon, a una giornata
di viaggio dalla capitale. Le ombre lunghe del tramonto
rendono ancora più evidente l’equilibrio precario del masso
scintillante d’oro in bilico sulle rocce tondeggianti, come
se si trattasse di un gioco mistico. Qui - al contrario di
quanto avviene nella Shwedagon, che è un luogo di adorazione
ma anche d’incontro sociale - la gente viene solo per
pregare. Ne deriva un’atmosfera raccolta che esalta la
spettacolarità del luogo, in cima a una collina circondata da
grandi spazi aperti. La salita dei 13 chilometri che portano
alla roccia sacra dal «campo base» di Kinpun comporta una
corsa di mezz’ora, con saliscendi simili alle montagne russe,
seduti sul pianale aperto di un camion strapieno di pellegrini.
Poi, solo per gli stranieri, ci sono gli ultimi tre quarti
d’ora da fare a piedi su una strada asfaltata, fiancheggiata
da bancarelle che vendono souvenir di bambù, tè, frutta e
rimedi dell’erboristeria locale. Chi non se la sente può
farsi trasportare in portantina.
Dall’aeroporto di Heho, dopo un paio d’ore in auto, arrivo
al villaggio di Pindaya e alle sue grotte calcaree che
nascondono ben ottomila Buddha: sono in pietra, teak, mattoni,
argilla, cemento, ricoperti di lacca, dipinti, dorati. Nel
corso dei secoli i devoti hanno ammassato le statue nelle sale
e lungo le pareti della caverne naturali formando un intricato
labirinto sacro. In un angolo, quasi nascosti da una scultura
alta tre metri, ci sono i tre «Buddha sudati», sempre umidi
per la condensa che si forma sullo strato di lacca che li
ricopre. Passarsi sul viso una goccia di questa rugiada
garantisce, dicono, salute e bellezza.
In serata raggiungo il mondo acquatico del Lago Inle, uno
specchio di acque basse e limpide lungo 22 chilometri, a 1300
metri sul livello del mare. Qui vivono gli Intha, i «figli
del lago», uno dei più intriganti tra i 126 gruppi etnici
del Myanmar. Si spostano sull’acqua con strette canoe dal
fondo piatto simili a gondole che governano usando un solo
remo mosso con la gamba; coltivano insalate e pomodori su orti
galleggianti creati con matasse di gigli d’acqua, alghe e
fango; lavorano ferro e argento e filano il loto. Rompendo il
gambo estraggono un filamento sottile con cui tessono vesti
per le immagini sacre o per i monaci. A prezzi da capogiro e
in costante aumento: 80 euro per un grammo e mezzo di filo di
loto, tredicimila per una veste da monaco.
Il lago è un labirinto di canali dove incrociano lente barche
a remi e lance a motore che trasportano turisti lasciandosi
dietro solchi orlati di bianco. Dato che i villaggi sono tutti
su palafitte, si gira con le canoe anche per fare la spesa.
Come a Ywama, uno dei paesini dove, ogni cinque giorni, a
rotazione si tiene il mercato. L’arrembaggio delle barche
dei venditori di souvenir è soffocante solo all’arrivo, poi
chi non ha intenzione di comprare viene lasciato in pace. Vale
la pena di fermarsi a vedere i copricapi colorati dei Pa-o e
dei Mon delle alture vicine, le canoe piene di fiori da
offrire al Buddha, la gente che contratta grandi gallette
rotonde di farina di riso e spiedini di piccoli pesci secchi.
A una delle estremità del lago c’è il villaggio di Phaung
Daw U e la grande pagoda che ospita cinque immagini miracolose
che una volta dovevano avere le sembianze dell’Illuminato e
oggi assomigliano a birilli, tanto sono ricoperte di strati
d’oro. Sul fianco della collina poco sopra mi inoltro in una
foresta di stupa per buona parte in rovina. C’è vento e le
campanelle votive delle corone dorate (hti) in cima ai
tempietti diffondono una musica evanescente.
Ritrovo la stessa atmosfera alcuni giorni dopo a Mrauk-U, la
vecchia capitale del potente impero Rakhine,nel Myanmar
occidentale, dove arrivo con un trasferimento in barca di
sette ore da Sittwe, in epoca coloniale uno dei più
importanti porti di scambio con l’India. Mrauk-U potrebbe
servire da scenografia per i film di Indiana Jones, immersa
com’è nella foresta ai piedi delle montagne dell’Arakan.
Del centro cosmopolita dalla cultura variegata ricordato anche
da Tolomeo nel II secolo a.C., rimangono adesso le rovine di
una settantina tra grandi templi e pagode in parte ancora
ricoperti dalla vegetazione. Un’altra Bagan, tutta da
esplorare, racchiusa però in uno spazio meno vasto e mosso da
colline. Emozionati le visite del Ko-Thaung, il tempio dei «novantamila
Buddha seduti sulla collina», dove a grandi statue si
alternano file di piccole immagini scolpite nei muri, e della
misteriosa Htu-Kan-Thein, la «sala delle ordinazioni», con
le due lunghe e buie gallerie concentriche ornate da centinaia
di statue dell’Illuminato nella posizione del loto, da cui
si accede alla sala centrale ellittica. Qui il sole
dell’alba, entrando da una piccola finestra, illumina un
grande Buddha di tipo Rakine, con corona e abiti regali.
I turisti che vengono qui sono in aumento, ma per ora
rimangono sempre pochi in confronto per esempio alla vicina
Thailandia e calore e cortesia sono spontanei, in particolare
nelle aree interne e sull’altopiano Shan. Si coglie una
consapevolezza profonda delle tradizioni, consapevolezza che
rende possibile un contatto sereno con gli stranieri, senza
giudizi di valore. Forse è anche per questo che, per quanto
spettacolari siano i luoghi e affascinanti i monumenti, al
ritorno mi accorgo che sono le persone a dominare la memoria.
Inevitabile citare Kipling: «Amo la gente di Burma con tutto
il cieco favoritismo che nasce da una prima immediata
impressione». Amore a prima vista e senza mezzi termini.
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Navigando
da Mandalay a Bagan
di Valerio
Travi
Rudyard Kipling si fermò nel Myanmar, che all’epoca
si chiamava ancora Burma, per due soli giorni durante la sosta
della nave su cui viaggiava. Quanto bastava per riportare con
poche righe in rima un insieme unico di sensazioni:
By the old Moulmein Pagoda,
lokin’ lazy at the sea,
There’s a Burma girl a-settin’, and I know she thinks
o’ me;
For the wind is in the palm-trees, and the temple-bells they
say:
«Come you back, you British soldier, come you back to
Mandalay!»
Tra profumi, suoni
di gong, ragazze dagli occhi dolcissimi, pagode scintillanti e
città con nomi musicali, Road to Mandalay, una delle poesie
più belle e conosciute del grande scrittore inglese, rischia
di assomigliare a un messaggio della pubblicità moderna.
Evoca emozioni e parla di un viaggio verso un posto lontano su
una strada che non c’è. Perché in realtà si tratta di una
via d’acqua e questo non è poi così strano in un paese
dove i monsoni possono trasformare alcune strade in fiumi. Per
gli inglesi era l’Irrawaddy; oggi è tornato in uso il
vecchio nome di Ayeyarwady. Uno dei più grandi fiumi
dell’Asia che, con un percorso di duemila chilometri,
dall’Himalaya attraversa tutto il Myanmar fino all’ampio
delta nella baia del Bengala, costituendo la principale via di
collegamento tra la capitale Yangon (ex Rangoon) e Mandalay.
Invece dei sei giorni necessari nel secolo scorso per navigare
le 600 miglia controcorrente, mi basta un’ora di volo per
raggiungere Mandalay da Yangon. In compagnia di alcune coppie
americane e svizzere, mi attende la discesa dell’Ayeyarwady
fino a Bagan con una crociera di tre notti a bordo di una nave
passeggeri lunga un centinaio di metri battezzata con il
titolo della poesia di Kipling.
Mandalay, un milione di abitanti, è la seconda città del
paese e il punto di scambio con il sempre più importante
mercato cinese. Il giro guidato prevede subito i mercati, con
mucchi di tè verde inumidito e pressato, spezie colorate,
file di piccoli Buddha di bronzo e sandali infradito in
infinite tonalità di colore che qui si trovano a prezzo più
conveniente rispetto al resto del Myanmar. Si passa poi dagli
artigiani che scolpiscono immagini sacre nella giada e nel
marmo delle cave vicine e nei laboratori dove battono le
lamine d’oro ricavandone fogli sottilissimi per decorare le
statue e gli stupa. Nella Mahamuni Paya, la «Pagoda del
Grande Saggio», c’è il Buddha seduto di bronzo, alto
quattro metri - si dice fuso nel I secolo d.C. - portato qui
nel ‘700 da Mrauk U, nell’Arakan, dove era considerato
un’immagine-talismano che rendeva invincibili. Nel corso dei
secoli, i fedeli l’hanno ricoperto di fogli d’oro che
adesso formano uno strato di oltre 20 centimetri. Secondo la
tradizione solo agli uomini è consentito avvicinarsi alla
piattaforma sopraelevata per applicare le foglie d’oro,
acquistando così meriti per le prossime vite. Poco prima del
tramonto si arriva all’U Bein Bridge, un ponte pedonale in
teak lungo 1200 metri che attraversa il lago Taungthaman.
Vecchio di due secoli, è ancora il più lungo del mondo in
questo materiale. Vale la pena di affittare per pochi kyat una
barca e godersi dall’acqua lo spettacolo del sole che
incendia il cielo trasformando passerella e persone in
un’articolata silhouette scura.
L’escursione della mattina seguente è a Sagaing, città
sacra sulla collina di fronte a Mandalay dove si trovano oltre
novecento monasteri e templi buddisti. È un’occasione per
farsi un’idea dei ritmi di vita dei monaci: sveglia alle
cinque per la preghiera comune, uscita in processione per
elemosinare il cibo quotidiano e i soldi per la manutenzione
dei templi, piccolo pasto e poi letture e meditazione fino al
breve riposo nel pomeriggio. Nuova meditazione e studio delle
scritture fino al riposo serale. Colpiscono la tranquillità
di questo luogo a poca distanza da una città tanto animata e
il sorriso sereno dei religiosi di ogni età: dai tre agli
ottanta’anni. Perché ogni birmano di sesso maschile - ma
vale sempre di più anche per le donne - è tenuto almeno due
volte nella vita a prendere i voti monastici per un periodo
che va da un minimo di tre giorni fino a tre mesi e, se vuole,
anche per tutta la vita. Formalmente significa rasarsi il capo
e ricevere in regalo da qualcuno il «kit da monaco»: tre
vesti di color rosso, un rasoio, una tazza, un ombrello e la
ciotola delle elemosine.
La crociera avviene lungo un’acqua liscia come l’olio e
del colore della terra. Non c’è il traffico frenetico
caratteristico di altri grandi fiumi asiatici e anche la
corrente pare muoversi con ritmi più tranquilli. Quasi una
metafora del Myanmar: sembra quasi fermo rispetto al mondo che
lo circonda ma comunque avanza. Fino a Bagan le sponde sono
poco popolate. Si vedono alcuni villaggi di pescatori, piccoli
ripari temporanei vicino alle rive e vasti campi di riso, il
cibo principale per questa popolazione in gran parte
vegetariana e la più importante voce ufficiale di
esportazione. Per due giorni si naviga guardando questo mondo
rurale dal balcone del ponte superiore, dove si può stare in
costume a prendere il sole, leggere, chiacchierare o nuotare
nella piccola piscina. Al tramonto si accendono piccole luci
lungo le rive e arrivano da lontano i canti ritmati dei monaci.
Poi col buio è un’esplosione di stelle, mentre il
pianoforte della sala da pranzo crea un sottofondo musicale
discreto per la cena a lume di candela.
Con una sola immagine, Bagan è la più grande collezione di
templi e pagode di tutta l’Asia. In un’area di 42 kmq
sulla riva orientale dell’Ayeyarwadi, secondo gli archeologi
ci sono tredicimila rovine di ogni dimensione: dal grande
Ananda Patho costruito nel 1100, con l’ombrello decorato (hti)
in cima alla struttura centrale che supera i 50 metri di
altezza, alle piccole pagode a forma di bulbo nascoste tra i
campi. Dopo il terremoto del 1975, che danneggiò molti
edifici, l’Unesco ha iniziato il restauro e la ricostruzione
dei templi, finanziando gli artigiani locali con programmi
mirati ancora in corso. Qui è possibile seguire le visite
guidate oppure noleggiare un calesse o una bicicletta e girare
da soli (se si ha tempo visitare il Nandamannya Patho, piccolo
gioiello affrescato fuori dai giri turistici, chiedendo le
chiavi al più grande tempio vicino). Un problema singolare può
essere il rispetto tassativo della regola di muoversi nei
luoghi sacri a piedi nudi: la terra e i frammenti di mattoni
sui gradoni delle terrazze o sulle ripide scale interne dei
templi in rovina possono dare sensazioni fastidiose se non si
è abituati a camminare scalzi.
L’ultima notte a bordo, ancorati nel centro
dell’Ayeyarwadi, arriva la sorpresa finale. Dopo cena, la
superficie dell’acqua si riempie di migliaia di piccole luci
colorate. Sono barchette di bambù con candele usate
tradizionalmente nella festa della Luce, a ricordare gli
spiriti divini che accompagnarono il Buddha nel suo viaggio
nel Tavatimsa. Quelle che vediamo scendere con la corrente
formando un fronte luminoso che avanza verso la nave sono
state rilasciate dagli abitanti del villaggio vicino, che le
hanno confezionate appositamente per noi con un lavoro di
giorni. Grazie. |